UNO SPARO NEL BUIO

Tecniche di maturità adolescenziale - Articolo di BRUNO FORMOSA

Tecniche di maturità adolescenziale
Metodi di moderna vivibilità applicati al concetto di leggerezza. I tempi della nostra adolescenza erano permeati di quella leggerezza esistenziale che rendeva la vita essenzialmente un gioco. La mancanza di doveri gravosi, la scoperta dei canali e dei mille rivoli dell’esistere donavano ai quattordici/sedicenni di allora, la sicumera di un piccolo Magellano che solca gli oceani del mondo. Sappiamo bene che non è stato per tutti così, alcuni avevano per compagnia privilegiata l’inquietudine e l’incomprensione, i conflitti con i genitori e gli educatori, ma questo è un altro tema che qui non verrà trattato anche per mancanza di competenze specifiche.

 Il carattere empirico di questa riflessione si basa -appunto- sul vissuto e sui ricordi che per molti di noi sono gradevoli, se non esaltanti. Durante un improvvisato e recente simposio da bar con alcuni compagni di navigazione dell’epoca, mi sono chiesto come diavolo è stato possibile crescere sereni ed a volte persino felici, in una città che all’epoca era semplicemente una savana d’asfalto senza adeguate infrastrutture sportive, polmoni verdi, occasioni di aggregazione propiziate dalle pubbliche istituzioni. Mi sono sentito rispondere che la situazione non è mutata granché. Anzi no, è mutata per via della massiccia presenza di droga disponibile.

 Molti di noi percepivano la Scuola prevalentemente come un luogo di coercizione e persino vessazione, anche se, come succede nei romanzi d’appendice, faceva trionfalmente ingresso tra le pagine il vero eroe della storia. Le sembianze erano quelle di un insegnante appassionato e coraggioso, perlopiù al primo incarico, intenzionato a risalire la corrente della stanca conduzione dell’attività didattica della maggior parte dei suoi colleghi. Ciascuno di noi ha avuto il proprio, ed il nostro è stato il buon Totò Spallina (all’epoca non ancora trentenne) che fece il suo ingresso in quell’aula del Corbino e “accese la luce”. Lo studio cambiò il suo significato più odioso, non era più solo un dovere, poteva diventare un tramite per l’approdo a fondamentali consapevolezze, non era solo nozioni da mandare a memoria, era occasione di scambio di idee e pareri su cinema, musica, Filosofia, politica, economia, Storia, Letteratura, sport, flussi migratori e politiche d’integrazione, un milione di altre cose. Non fu un caso che, alla fine dell’esperienza liceale, mi beccai un TFR ben lontano da quel 36 che costituiva il pronostico che più si attagliava al mio svogliato (almeno fino all’accensione di quella “luce”) percorso scolastico, e non è un caso che il prof. Spallina e la stragrande maggioranza delle centinaia di alunni ai quali ha insegnato durante la sua longeva carriera, siano buoni amici ancora oggi.
Ma, come abbiamo concordato, la Scuola è anche custode di avvenimenti odiosi, contrasti furibondi con professori che semplicemente ignoravano l’importanza capitale della cifra psicologica per portare a compimento la missione dell’insegnamento. Il peggiore episodio che mi sia capitato ha visto quale protagonista l’insegnante di Chimica. La sua, nei miei confronti, era pura antipatia epidermica, di cui fra l’altro non aveva mai fatto mistero; antipatia abbondantemente ricambiata, confesso. Alcune materie nelle quali riuscivo a raggiungere buoni voti mi tenevano al riparo dal rischio di solenni bocciature, sponsorizzate puntualmente dalla simpatica chimica. I miei risultati in quella materia sembravano, più che voti, pronostici calcistici. Un sorriso amaro si sarebbe puntualmente stampato sul mio viso, nel corso dei successivi anni, ogni qual volta trovavo appassionanti le estemporanee letture (per quanto semplici) di Genetica e Geografia astronomica in cui mi imbattevo.

Ultimo anno di Liceo, ultima interrogazione di Geografia astronomica, mi preparo sepolcrandomi in casa per tre-giorni-tre mandando a memoria tutti i dati e le informazioni contenuti nel libro, il lunedì chiedo di essere interrogato, ignoro abilmente la solita ed insulsa battuta dell’insegnante sul mio livello di preparazione (tutti i miei compagni di classe fanno lo stesso, pena la sospensione della fornitura di musica su cassetta che gli stessi ricevevano mensilmente), rispondo correttamente a tutte le 38 domande, anche a quelle riguardanti gli argomenti che sul famigerato libro erano stampati con lo stesso corpo tipografico usato per le clausole dei contratti telefonici. La chimica mi guarda, accenna un sorriso che mi riporta alla mente la più agghiacciante espressione di Fred Krueger, e mi dice: “Bene Formosa, finalmente qualcosa hai studiato, dovrei darti la sufficienza, ma invece ti metto un voto per incoraggiarti a fare meglio: 5+”. La mia timida protesta fu civile e colloquiale: “Ma allora davvero una gran puttana sei…!”  Fui misteriosamente sospeso per cinque giorni, ma in compenso non la vidi mai più, ad eccezione di quella volta in cui, mentre attraversava la strada, mi riconobbe a bordo della mia 500 blu, e dovette farsi l’ultimo tratto di gran corsa.

Questa botta di amarcord mi serve per marcare le differenze della scuola di allora con quella di oggi, differenze corposissime nel bene e nel male. Una recente esperienza di insegnante esterno in alcune scuole tecniche superiori, mi ha consentito di comprendere quanto gli “Spallina” abbiano abbondantemente surclassato i professori d’altro genere. Nonostante i maltrattamenti subiti dalla classe docente da parte di chi di volta in volta si appropria dei pulsanti della politica, gli insegnanti ci credono, perlopiù; si sottopongono a corsi di approfondimento ed aggiornamento (anche a quelli facoltativi), propongono progetti senza alcuna aggiunta in busta paga, instaurano con i loro studenti un rapporto produttivo, per la realizzazione dei progetti didattici si fanno bastare quella miseria che di volta in volta viene concessa dal Preside. A proposito di Preside, la figura non si chiama più così, il suo nuovo ruolo è quello di dirigente tout-court che si occupa anche dell’economato dell’istituto. Un tempo protestare era anche più facile e generico, ormai gli scioperi non possono non chiamare in causa anche i Dirigenti scolastici, per quanto questi ultimi ricevano i fondi da Comuni, Province e Regioni. Ciò svela i motivi per cui le scuole siciliane galleggiano nella precaria condizione strutturale ed igienica che conosciamo. Le aule sono preda dell’umidità, le aree perimetrali sono incolte e costituiscono accoglienti habitat per sorci, zecche e blatte, i soffitti cedono sempre più frequentemente pericolosi calcinacci, le linee telefoniche e le connessioni internet sono spesso inattive, e così via.

Le Province sono gli enti che si occupano delle scuole superiori, i cui edifici sono spesso di loro proprietà; verificano la stabilità strutturale degli immobili e la loro funzionalità, assicurano luce, acqua, riscaldamento (laddove esiste un impianto). Il Comune fa lo stesso con le scuole elementari, ed entrambi gli enti si occupano anche delle Scuole Medie con competenze che sono state integrate dalla riforma costituzionale. Qualcuno si chiederà: ben tre enti, senza contare lo Stato, sovrintendono alla gestione delle scuole e la situazione è così disastrosa?

Domanda: Perché le Province, o qualunque sia il nome che hanno loro dato, non provvedono ad onorare uno dei più importanti ruoli istituzionali che svolgono?
Risposta: Perché non ricevono adeguati fondi da parte della Regione siciliana, o non ne ricevono affatto.
Domanda: E perché non ricevono questi fondi?
Risposta: Perché pagano ancora la scelta dell’ex Governatore della Sicilia Crocetta che, in diretta televisiva su “domenica In”, abolì di fatto le Province siciliane, ma senza prevedere la riassegnazione delle competenze, creando il caos nell’ambito di scuole, strade provinciali, attività culturali e sociali, artigianato, ambiente, personale.
Domanda: E perché Crocetta ha fatto ciò?
Risposta: Diversi specialisti sanitari stanno ancora studiando il fenomeno.
Domanda: Si, però ci sono anche i fondi dello Stato.
Risposta: Lo Stato effettua da anni il prelievo forzoso dalle già esangui risorse provinciali, anche se è in discussione una legge per abolirlo.
Domanda: E quindi come fanno le Province ad occuparsi di Scuole, strade e di tutto il resto?
Risposta: Non lo possono fare, oppure lo fanno in misura limitata, e di fatto insufficiente, per le necessità e le emergenze dei territori.
Domanda: Ed i Comuni?
Risposta: La situazione è meno disperata ma altrettanto grave.
Domanda: Gli insegnanti siciliani dove trovano la forza per svolgere un così delicato compito senza il giusto apporto delle istituzioni?
Risposta: Nell’energia, nella passione, nella leggerezza degli adolescenti, perché solo chi è adulto riesce ad essere davvero giovane.

di BRUNO FORMOSA

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