UNO SPARO NEL BUIO

La messa è finita? Articolo di BRUNO FORMOSA

LA MESSA E' FINITA?
E’ possibile che qualcuno, leggendo queste righe, si sentirà infastidito, perché l’argomento è di quelli che costituiscono terreno di scontro fra diversi modi di intendere la spiritualità, e proprio per questo mi limiterò a raccontare i nudi fatti.

Intendo chiedere a qualcuno che gestisce la chiesa dove saranno celebrati i funerali di un mio caro amico, se, in occasione del rito, è possibile allestire, al di fuori dell’edificio religioso, il banchetto di un’associazione benefica che si occupa di assistenza ai malati gravi e/o terminali. So bene che non c’è alcun obbligo di chiedere il permesso alla Chiesa per un’attività che si svolge su suolo pubblico, ma decido di farlo ugualmente per ragioni di opportunità e rispetto. Scorgo in fondo alla navata un Frate di una certa età che ha appena terminato di confessare e lo raggiungo. Gli chiedo di poter parlare con il responsabile della parrocchia per questioni relative ad un funerale che si sarebbe svolto quel giorno stesso. Il Frate continua a percorrere la navata della chiesa, rispondendomi con aria apparentemente infastidita di parlare. Raggiungiamo la sacrestia che è piena di gente. Credevo che l’intento della passeggiata fosse quello di ascoltarmi in un luogo riservato, ma mi sono dovuto ricredere.

Dopo aver sistemato un po’ di carte su una scrivania, il Frate finalmente mi guarda in faccia per la prima volta e mi chiede di quale funerale si tratta. Glielo dico e gli comunico il motivo della mia visita: “L’associazione benefica che ha confortato ed aiutato nei suoi ultimi giorni di vita la persona di cui verrà celebrato il funerale, avrebbe intenzione, con il beneplacito della famiglia, di allestire esternamente un banchetto per la raccolta di fondi che, come lei immaginerà, rappresentano l’unico sostentamento per questa preziosa attività. Ritengo doveroso, per ragioni di delicatezza, comunicarglielo, nella speranza che la cosa non comporti alcuna difficoltà.” La risposta che ricevo mi lascia impietrito: “No!” e ciò che mi fa innervosire è anche il modo perentorio in cui viene espresso il lapidario rifiuto. “In che senso no, scusi?!” chiedo, cercando di calmare i bollori che si stavano impadronendo di me e dei miei buoni propositi. “Ho detto no!” Chiedo ancora spiegazioni ricevendo per risposta: “E’ una disposizione del Vescovo.” Riesco stranamente a mantenere la calma ribattendo: “Credo sia un arbitrio, in fondo si tratta di suolo pubblico, non di un’area gestita dalla Chiesa…” Ricevo il secondo sguardo della giornata: “Lei può credere ciò che vuole, e comunque se si mette sulla strada, purtroppo non glielo posso impedire.” A quel punto si avvicina una persona che non conosco che mi fa cenno di seguirlo fuori dalla sacrestia, mentre il Frate continua la sua attività di sistemazione delle carte. Mi dice, in sostanza, di attendere il Frate giovane che sarebbe arrivato di lì a poco. Ringrazio, decido di non chiedere più niente a nessuno e faccio allestire il banchetto sul marciapiede nei pressi della chiesa.

Proprio all’ingresso, nell’angolo più luminoso della chiesa, troneggia un tavolo con la scritta a caratteri cubitali: FIORE CHE NON MARCISCE. Si rimaterializza in me lo stesso stato d’animo di quando assistetti, molti anni fa e pochi minuti prima che iniziasse un funerale, ad un feroce litigio fra un prete ormai defunto (e che avrebbe celebrato il rito di lì a poco) ed il responsabile di un’Associazione che aveva avuto l’ardire di posizionare un tavolinetto sul marciapiede di corso Gelone di fronte all’edificio religioso. Non vado mai in chiesa, gestisco la mia spiritualità senza intermediari che talvolta sono tutt’altro che rappresentativi di un credo religioso che pone la solidarietà, la carità e la tolleranza in cima ai suoi dogmi. Anzi, no: in chiesa ci vado e, così come fanno molte altre persone, porto l’invenduto di una pizzeria/panetteria di proprietà di persone generose, presso la Parrocchia di Bosco Minniti che da anni sfama ed offre riparo ed assistenza a poveri ragazzi che arrivano dai paesi in guerra, alla ricerca di un’esistenza decente. Chiedo spesso ai miei amici di fare lo stesso: scegliere una persona fidata (non necessariamente un prete) che si occupa di dare soccorso alle donne e agli uomini che non hanno niente, di qualunque provenienza essi siano, ed offrire un aiuto di qualsivoglia forma e sostanza. Tornando ai sacerdoti, mi piace pensare che coloro i quali agiscono così come ha fatto quell’algido francescano siano sempre meno, e mi rendo conto che un religioso è prima di tutto un uomo con le sue giornate-no, le sue insicurezze e gli spigoli caratteriali, ma spero che i vertici ecclesiastici locali e nazionali offrano sempre più occasioni ai preti di strada (come sappiamo, spesso succede esattamente il contrario), a quelli che onorano al meglio il loro prezioso ruolo, ai sacerdoti che sono a capo di parrocchie che non si risparmiano per aiutare gli altri come quelle del Pantheon, della Chiesa di San Paolo in Ortigia, e di tutte le altre che sarebbe giusto menzionare ma che io non conosco, e chiedo scusa per questo. Forse così facendo, mi permetto di dire, si combatterebbe l’emorragia che da anni la Chiesa italiana subisce (nonostante le fortunate campagne di marketing) e soprattutto si rispetterebbero i fondamentali articoli di fede. Il momento di profonda crisi che la Chiesa sta attraversando, anche per via dei recentissimi fatti, ne potrebbe solo beneficiare.
Il funerale di cui narravo fu celebrato da un Frate giovane con il quale poco dopo avrei avuto un confronto interessante e prezioso, e tanto bastò per rallentare un po’ il percorso inarrestabile del mio costante allontanamento dalla religione degli uomini.

Articolo di BRUNO FORMOSA

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